Quali Guanti Utilizzare per il Dry Tooling
Scegliere i guanti giusti per il dry tooling è più importante di quanto sembri. Nel dry tooling si arrampica su roccia, prese artificiali o sezioni miste usando piccozze e ramponi, quindi le mani non lavorano come nell’arrampicata sportiva tradizionale. Non devono stringere appigli di roccia direttamente, ma devono controllare con precisione l’impugnatura della piccozza, gestire agganci, cambi mano, movimenti delicati, moschettonaggi e, in certi casi, freddo intenso. Un guanto sbagliato può farti perdere sensibilità, aumentare la fatica sugli avambracci o rendere più insicura la presa.
Il problema è che non esiste un unico guanto perfetto per tutto. Il dry tooling indoor in palestra non richiede la stessa protezione di una via di misto in ambiente alpino. Una sessione autunnale su falesia secca può essere affrontata con guanti sottili e molto sensibili. Una giornata invernale con neve, ghiaccio, vento e soste fredde richiede invece più isolamento, una membrana antivento o impermeabile e magari un secondo paio di guanti di ricambio nello zaino.
La regola di base è trovare equilibrio tra quattro elementi: presa, sensibilità, protezione e calore. Se il guanto è troppo spesso, senti poco la piccozza e fai più fatica a controllare i movimenti fini. Se è troppo sottile, hai grande sensibilità ma mani fredde, nocche esposte e poca protezione dagli urti. Se è troppo largo, scivola sull’impugnatura. Se è troppo stretto, riduce circolazione e ti congela le dita prima ancora di iniziare il tiro.
In questa guida vediamo quali guanti utilizzare per il dry tooling, quali caratteristiche cercare, quali materiali funzionano meglio, quando scegliere guanti sottili, quando passare a modelli più caldi, come gestire la differenza tra allenamento e ambiente alpino, quali errori evitare e perché spesso la soluzione migliore non è un solo paio, ma un sistema di guanti scelto in base alla situazione.
Che cosa richiede il dry tooling alle mani
Nel dry tooling le mani devono fare un lavoro particolare. Non afferrano direttamente la roccia come nell’arrampicata libera, ma devono controllare piccozze tecniche con impugnature sagomate, appoggi, dragonne o griprest. La presa deve essere stabile, ma non rigida. Devi poter tenere l’attrezzo con sicurezza e al tempo stesso muovere dita, polso e avambraccio con precisione.
Durante una salita, il guanto deve permettere di sentire se la piccozza è ben caricata, se l’aggancio è stabile, se la lama vibra, se il movimento richiede più delicatezza o più forza. Se hai un guanto troppo imbottito, queste informazioni arrivano attenuate. È un po’ come guidare con scarponi pesanti: puoi farlo, ma perdi finezza.
Allo stesso tempo, il dry tooling espone le mani a urti, abrasioni e sfregamenti. Le nocche possono toccare la roccia, il dorso della mano può sbattere contro spigoli, il palmo sfrega sull’impugnatura e le dita lavorano vicino a lame, becche e moschettoni. Un guanto troppo leggero può rovinarsi in fretta o proteggere poco.
La scelta giusta dipende quindi dal tipo di uscita. In palestra o su strutture artificiali serve soprattutto grip e sensibilità. Su roccia naturale servono anche resistenza all’abrasione e protezione. In ambiente freddo servono isolamento e gestione dell’umidità. Il guanto ideale cambia con il contesto.
Le caratteristiche fondamentali
Un buon guanto da dry tooling deve essere aderente. Non deve fare pieghe sul palmo, non deve ruotare sull’impugnatura e non deve avere dita troppo lunghe. Se il materiale avanza sulla punta delle dita, moschettonare e regolare attrezzatura diventa più complicato. Un guanto preciso migliora il controllo della piccozza e riduce la fatica.
Il palmo deve offrire grip. Pelle, pelle sintetica di qualità, tessuti rinforzati o inserti gommati possono funzionare bene, purché non siano scivolosi quando bagnati o freddi. La superficie a contatto con l’impugnatura deve restare affidabile anche dopo sudore, neve o polvere.
Il dorso deve proteggere senza irrigidire. Una leggera imbottitura sulle nocche può essere utile in falesia dry e misto, dove le mani possono urtare la roccia. Però protezioni troppo rigide possono limitare il movimento e diventare fastidiose nelle prese alte o nei cambi impugnatura.
La costruzione deve essere robusta. Cuciture esposte sul palmo o tra pollice e indice possono consumarsi rapidamente. Nel dry tooling, quella zona lavora molto perché stringe l’impugnatura e sfrega a ogni movimento. Un guanto che sembra perfetto in negozio può durare poco se non è rinforzato nei punti giusti.
Sensibilità o calore: il compromesso inevitabile
La scelta dei guanti per dry tooling ruota spesso attorno a una domanda: meglio sensibilità o calore? La risposta onesta è: dipende. Se stai facendo un tiro tecnico e fisico, vuoi sentire bene la piccozza. Se sei in sosta con vento gelido, vuoi dita calde. Un solo guanto raramente fa tutto alla perfezione.
I guanti sottili permettono movimenti precisi. Aiutano nei passaggi delicati, nei cambi mano, nei movimenti su agganci piccoli e nel moschettonaggio. Sono ottimi per allenamento, dry tooling sportivo e condizioni non troppo fredde. Il loro limite è evidente: isolano poco.
I guanti caldi proteggono meglio dal freddo, ma aumentano lo spessore tra mano e impugnatura. Questo può rendere la presa meno precisa e più faticosa. Se devi stringere di più perché senti meno, gli avambracci si stancano prima. E nel dry tooling, quando gli avambracci si gonfiano, la festa finisce presto.
Per questo molti praticanti usano più paia di guanti. Un paio sottile e preciso per arrampicare, un paio più caldo per soste, avvicinamento e assicurazione, e magari un ricambio asciutto. Non è eccesso di materiale. È gestione intelligente.
Guanti sottili per dry tooling sportivo
Per dry tooling sportivo, palestra o falesie asciutte, spesso funzionano bene guanti sottili, aderenti e resistenti all’abrasione. Devono avere palmo gripposo, dita precise e buona libertà di movimento. Possono essere guanti specifici da arrampicata su ghiaccio leggera, guanti da lavoro tecnici di alta qualità o guanti da attività outdoor con palmo rinforzato.
Il vantaggio è la sensibilità. Riesci a percepire meglio l’impugnatura, gestire la piccozza con meno forza e moschettonare senza impacci. Nei movimenti difficili, dove devi fidarti di un aggancio piccolo o fare un cambio mano, questa sensibilità conta molto.
Il limite è la protezione termica. In condizioni fredde, un guanto sottile può andare bene mentre arrampichi, perché produci calore, ma diventare insufficiente appena ti fermi. Per questo va abbinato a un guanto caldo da sosta.
Controlla anche la durata. Alcuni guanti molto leggeri sono fantastici per le prime uscite e poi si aprono tra pollice e indice. Se pratichi spesso dry tooling, conviene scegliere modelli con rinforzi nei punti di sfregamento, anche a costo di perdere un filo di sensibilità.
Guanti da ghiaccio leggeri
I guanti da ghiaccio leggeri sono spesso una buona scelta per dry tooling in condizioni fresche o fredde ma non estreme. Offrono più protezione rispetto ai guanti minimalisti, ma mantengono una discreta sensibilità. Di solito hanno palmo in pelle o materiale sintetico rinforzato, dorso softshell e talvolta una leggera imbottitura.
Sono adatti quando serve un po’ di calore, ma non vuoi perdere troppo controllo sulla piccozza. Funzionano bene in falesia dry in autunno e inverno, su tiri di misto sportivo e in giornate fredde ma asciutte. Se fa molto freddo o c’è vento forte, potrebbero non bastare da soli.
Un buon guanto leggero deve piegarsi bene sulle dita. Se senti resistenza quando chiudi il pugno, immagina cosa succederà dopo mezz’ora di trazioni sulle piccozze. Il guanto deve accompagnare la mano, non combatterla.
Meglio evitare modelli con imbottiture troppo morbide e scivolose sul palmo. L’impugnatura della piccozza deve rimanere stabile. Un palmo caldo ma scivoloso è un cattivo affare.
Guanti softshell
I guanti softshell sono molto usati nelle attività invernali perché proteggono da vento leggero, freddo moderato e abrasione, mantenendo buona traspirabilità. Per il dry tooling possono essere adatti se hanno palmo resistente e taglio aderente.
Il softshell sul dorso protegge bene nelle giornate asciutte e ventose. Non è sempre impermeabile, ma può offrire idrorepellenza sufficiente per neve leggera o umidità moderata. In falesia dry, dove spesso il problema è più il vento del bagnato, può essere una soluzione equilibrata.
La cosa da controllare è il palmo. Un guanto softshell generico da trekking può non avere grip sufficiente o consumarsi rapidamente sull’impugnatura della piccozza. Meglio scegliere modelli pensati per alpinismo tecnico, ghiaccio o attività con attrezzi.
Se il guanto ha una membrana antivento, può risultare più caldo ma meno traspirante. Durante tiri intensi, la mano può sudare. Quando poi ti fermi, il sudore raffredda. Questo è uno dei motivi per cui avere un paio di ricambio asciutto è spesso più utile di comprare il guanto “più caldo possibile”.
Guanti in pelle
La pelle, soprattutto quella di capra o altri pellami sottili e resistenti, è molto apprezzata per il palmo dei guanti tecnici. Offre buona presa, resistenza all’abrasione e sensibilità. Nel dry tooling, un palmo in pelle ben costruito può dare un contatto eccellente con l’impugnatura.
I guanti completamente in pelle possono essere robusti, ma richiedono manutenzione. Se si bagnano e poi asciugano male, possono irrigidirsi. Alcuni modelli vanno trattati con prodotti specifici per mantenere morbidezza e resistenza all’acqua. Non tutti vogliono questa manutenzione, ma chi la fa spesso viene ripagato.
Un guanto con palmo in pelle e dorso softshell può essere un ottimo compromesso. La pelle lavora dove serve grip, il softshell protegge e permette mobilità sul dorso. Questa combinazione è frequente nei guanti da ghiaccio e alpinismo tecnico.
Attenzione alla taglia. La pelle tende ad adattarsi un po’ alla mano, ma se il guanto è troppo piccolo comprime le dita e peggiora la circolazione. Un guanto tecnico deve essere preciso, non strangolante.
Guanti impermeabili: servono davvero?
I guanti impermeabili servono quando il dry tooling avviene in ambiente bagnato, con neve umida, ghiaccio, stillicidio o meteo instabile. In questi casi una membrana impermeabile e traspirante può mantenere le mani più asciutte. Però l’impermeabilità ha un costo: spesso riduce sensibilità e traspirabilità.
In falesia dry asciutta, un guanto completamente impermeabile può essere eccessivo. Potresti sudare di più, perdere sensibilità e ritrovarti con mani umide dall’interno. Non è raro vedere guanti “impermeabili” bagnati non dalla neve, ma dal sudore.
Per il dry tooling sportivo, spesso è meglio un guanto resistente al vento e moderatamente idrorepellente, con un secondo paio asciutto nello zaino. Per vie alpine o misto in condizioni incerte, invece, un guanto impermeabile può diventare importante.
La domanda da farsi è pratica: mi bagnerò davvero? Se la risposta è no, privilegia sensibilità e traspirazione. Se la risposta è sì, scegli protezione dall’acqua, ma accetta un po’ meno precisione.
Guanti caldi per soste e assicurazione
Il guanto con cui arrampichi non deve essere per forza quello con cui fai sicura o resti in sosta. Anzi, spesso è meglio separarli. Durante il tiro hai bisogno di precisione. Durante la sosta hai bisogno di calore. Per questo un guanto più caldo nello zaino è quasi obbligatorio in condizioni fredde.
Per assicurare, servono guanti abbastanza caldi ma anche compatibili con corda, freno e moschettoni. Non devono essere enormi al punto da rendere difficile gestire il dispositivo di assicurazione. In ambiente freddo, alcuni usano guanti più robusti da alpinismo o moffole per la sosta, cambiandoli prima di arrampicare.
Le moffole sono molto calde, ma poco precise. Sono ottime per recuperare calore, meno per manovre fini. Un sistema efficace può essere: guanti sottili per arrampicare, guanti caldi per assicurare, moffole o sovraguanti per emergenza e soste lunghe.
Questo sistema richiede organizzazione. I guanti devono essere accessibili, magari agganciati all’imbrago o nello zaino in una tasca precisa. Se devi scavare nello zaino per dieci minuti con le mani fredde, hai già perso metà del vantaggio.
Guanti per palestra dry tooling
Nel dry tooling indoor o su pareti artificiali, il problema principale non è il freddo, ma grip, sudore e protezione dall’abrasione. Qui possono funzionare guanti molto sottili, aderenti, con palmo resistente e buona traspirabilità. Alcuni atleti usano guanti minimalisti proprio per massimizzare sensibilità.
In palestra, un guanto troppo caldo diventa rapidamente scomodo. Le mani sudano, il palmo scivola e l’impugnatura si sporca. Meglio un guanto leggero che permetta di mantenere presa asciutta e controllo.
Serve però protezione sufficiente. Le piccozze, le prese artificiali e i volumi possono consumare rapidamente tessuti deboli. Un guanto da fitness generico può andare per provare, ma se ti alleni spesso potresti distruggerlo in poche sedute.
Valuta anche la facilità di lavaggio. In palestra il sudore è il vero nemico. Un guanto che non si asciuga mai o trattiene odori diventa presto poco piacevole. Meglio avere due paia e alternarli.
Guanti per falesia dry
In falesia dry, il guanto deve resistere meglio all’abrasione. La roccia può graffiare dorso, dita e nocche. Spesso si lavora su movimenti fisici, incastri di lama, agganci delicati e passaggi in cui le mani passano vicino alla parete. Un guanto troppo fragile dura poco.
La scelta migliore è spesso un guanto tecnico leggero o medio, con palmo in pelle o sintetico rinforzato, dorso resistente e taglio aderente. Se fa freddo, aggiungi un paio caldo per le soste. Se la falesia è esposta al vento, un dorso antivento diventa utile.
Evita guanti da sci o guanti invernali molto imbottiti per arrampicare su dry sportivo. Tengono caldo, ma rendono difficile sentire la piccozza. Finisci per stringere troppo e consumare avambracci. Inoltre, possono impigliarsi o rendere complicato moschettonare.
Per la falesia, la durata conta. Se un guanto costa poco ma si apre subito tra pollice e indice, non è davvero economico. Meglio un modello robusto, anche se meno “raffinato”, purché mantenga precisione.
Guanti per misto alpino
Il misto alpino richiede più protezione rispetto al dry tooling sportivo. Qui puoi incontrare roccia, ghiaccio, neve, vento, soste lunghe, avvicinamento, discese e cambi meteo. Un solo paio di guanti è raramente sufficiente. Serve un sistema.
Per arrampicare, puoi usare guanti tecnici medi, abbastanza caldi ma ancora precisi. Per soste e discese, guanti più isolati o moffole. Per avvicinamento, un paio leggero può evitare di sudare nei guanti principali. Avere guanti asciutti di ricambio può salvare la giornata.
In ambiente alpino, l’umidità è un problema serio. Un guanto bagnato perde capacità isolante e raffredda rapidamente la mano. Per questo materiali idrorepellenti, membrane e ricambi asciutti diventano importanti. Anche una semplice busta impermeabile nello zaino per tenere asciutti i guanti di scorta può fare la differenza.
Non scegliere guanti solo guardando il tiro più difficile. Pensa all’intera giornata: avvicinamento, preparazione, salita, soste, discesa, emergenze. Le mani devono funzionare fino alla fine, non solo nei primi trenta metri.
Taglia e vestibilità
La taglia è decisiva. Un guanto da dry tooling deve essere aderente, ma non comprimere. Le dita devono arrivare quasi in fondo, senza molto spazio vuoto. Il palmo non deve fare pieghe quando impugni la piccozza. Il polsino deve restare stabile e non interferire con giacca, orologio o cinturini.
Se il guanto è troppo grande, perde precisione. Le dita scivolano all’interno, la presa diventa meno sicura e moschettonare è più difficile. Se è troppo piccolo, blocca la circolazione. E mani con circolazione ridotta diventano fredde più in fretta.
Provalo impugnando una piccozza, se possibile. Chiudere la mano in negozio non basta. Devi simulare la posizione reale: mano sull’impugnatura, dita piegate, polso in movimento. Se senti tensioni, cuciture fastidiose o materiale che tira, il problema aumenterà in parete.
Considera anche se vuoi usare un sottoguanto. Se sì, prova il guanto con il liner. Non comprare una taglia pensando “poi si adatta”. In parete, un guanto sbagliato non si adatta: dà fastidio.
Palmo, grip e materiali antiscivolo
Il palmo è la parte più importante per il controllo della piccozza. Deve offrire grip, resistenza e sensibilità. La pelle naturale è spesso eccellente, ma anche alcune pelli sintetiche moderne funzionano bene. Inserti gommati possono aumentare presa, ma se troppo spessi riducono sensibilità.
Attenzione ai palmi molto lisci. Su impugnature bagnate o fredde possono diventare scivolosi. Anche alcuni materiali economici, appena si lucidano con l’uso, perdono grip. Dopo poche uscite ti ritrovi a stringere più forte per compensare.
Un buon palmo deve resistere allo sfregamento tra pollice e indice. Questa zona viene sollecitata continuamente. Cerca rinforzi ben cuciti e senza cuciture sporgenti proprio dove stringi l’impugnatura.
Il grip non deve sostituire la tecnica. Se tieni la piccozza con presa troppo rigida, ti stancherai comunque. Però un guanto con palmo affidabile ti permette di rilassare leggermente la mano e risparmiare energia.
Protezione delle nocche e delle dita
Nel dry tooling le nocche possono urtare la roccia. Succede quando carichi male un aggancio, quando la piccozza si sposta, quando lavori vicino alla parete o quando ti muovi in sezioni strette. Una leggera protezione sul dorso può evitare tagli e botte.
Non serve necessariamente una protezione rigida da moto o da lavoro pesante. Anzi, può essere troppo ingombrante. Meglio imbottiture leggere, rinforzi morbidi e materiali resistenti all’abrasione. Devono proteggere senza limitare la chiusura della mano.
Le punte delle dita devono restare precise. Troppa imbottitura sulla punta rende difficile aprire moschettoni, regolare viti, maneggiare cordini e sistemare attrezzatura. Se pratichi dry tooling sportivo, questa precisione è fondamentale.
Un rinforzo sul pollice può essere utile, perché il pollice lavora molto sull’impugnatura e nei movimenti di controllo. Anche qui, però, niente spessori inutili. Più materiale non significa sempre più prestazione.
Traspirazione e gestione del sudore
Nel dry tooling si suda, anche con temperature basse. Le mani sudate dentro un guanto diventano un problema: prima scivolano, poi si raffreddano. La traspirazione è quindi importante quanto l’isolamento.
Per sessioni intense e temperature moderate, meglio un guanto traspirante che uno super caldo. Se la mano resta asciutta, resterà anche più calda nelle pause brevi. Un guanto impermeabile ma poco traspirante può diventare una piccola sauna, e poi un frigorifero appena ti fermi.
I sottoguanti sottili possono aiutare a gestire sudore e calore, ma riducono un po’ la sensibilità. Alcuni li usano in ambiente freddo, altri preferiscono guanti singoli e ricambio asciutto. Dipende da mani, clima e durata della salita.
Una buona abitudine è portare almeno un paio di guanti asciutti di riserva. Quando il primo paio è umido, cambiarlo può salvare la presa e il comfort. Sembra banale, ma in inverno un guanto asciutto vale più di molte soluzioni sofisticate.
Sottoguanti: quando usarli
I sottoguanti, o liner, sono guanti sottili da indossare sotto un guanto principale. Possono aggiungere calore, migliorare gestione del sudore e permettere di togliere il guanto esterno senza restare completamente a mani nude. Sono utili soprattutto in ambiente freddo.
Nel dry tooling tecnico, però, possono ridurre sensibilità e creare scivolamento tra gli strati. Se il liner si muove dentro il guanto, la presa sulla piccozza diventa meno precisa. Per questo bisogna provarli bene prima di usarli su un tiro difficile.
Un liner sottile in materiale sintetico o lana merino leggera può funzionare per avvicinamento, manovre e soste. Per arrampicare su passaggi tecnici, alcuni preferiscono toglierlo e usare un guanto singolo più aderente. Altri, con mani molto fredde, accettano il compromesso.
La regola è testare. Non introdurre un sistema nuovo direttamente su una via impegnativa. Provalo in palestra, in falesia facile o durante un’uscita breve. Le mani devono conoscere il guanto prima del momento serio.
Guanti da lavoro: alternativa possibile?
Alcuni guanti da lavoro tecnici possono funzionare per dry tooling, soprattutto in palestra o falesia sportiva. Devono però avere palmo aderente, buona sensibilità, resistenza all’abrasione e taglio preciso. Non tutti i guanti da lavoro sono adatti.
I guanti certificati contro rischi meccanici possono offrire resistenza ad abrasione, taglio, lacerazione e perforazione secondo standard come EN 388. Questo è utile come riferimento, ma non basta. Un guanto molto resistente al taglio può essere troppo rigido, scivoloso o poco sensibile per arrampicare con piccozze.
Il vantaggio dei guanti da lavoro è il costo. Si possono trovare modelli robusti a prezzi inferiori rispetto ai guanti specialistici. Il limite è che spesso non sono progettati per freddo, impugnature tecniche, moschettonaggio e movimenti di arrampicata.
Possono essere una buona scelta per allenamenti indoor, principianti o sessioni su pannello, ma per ambiente alpino e condizioni fredde conviene usare guanti specifici da alpinismo tecnico o ghiaccio.
Quanti paia portare
Per una sessione breve di dry tooling indoor può bastare un paio. Per una falesia dry in giornata fresca, meglio portarne due: uno per arrampicare e uno asciutto o più caldo per pause e assicurazione. Per misto alpino o giornate fredde, tre paia non sono esagerati.
Un sistema pratico può essere: guanto leggero tecnico per i tiri, guanto medio o caldo per assicurare, moffola o guanto molto caldo per soste lunghe e emergenza. In più, se sai di sudare molto, un ricambio del guanto da arrampicata può essere utilissimo.
Il peso dei guanti di scorta è relativamente basso rispetto al beneficio. Mani fredde e bagnate compromettono sicurezza, velocità e lucidità. Chi ha provato a fare un nodo o aprire un moschettone con dita insensibili se lo ricorda bene.
Organizza i guanti nello zaino. Quelli di ricambio devono restare asciutti, meglio in una sacca impermeabile. Quelli da usare spesso devono essere accessibili. Un sistema disordinato finisce sempre con il paio giusto sepolto sotto corda, piumino e thermos.
Come provare i guanti prima dell’acquisto
Quando provi un guanto per dry tooling, non limitarti a guardare taglia e marca. Chiudi la mano come se impugnassi una piccozza. Muovi il pollice. Simula un moschettonaggio. Prova a prendere un piccolo oggetto, come una vite o una fettuccia. Se già in negozio ti senti impacciato, in parete sarà peggio.
Controlla le cuciture interne. Alcuni guanti hanno cuciture che premono sulle dita quando stringi. Dopo pochi minuti può dare fastidio, dopo un tiro lungo può diventare insopportabile. Controlla anche che il palmo non faccia pieghe grosse.
Se puoi, prova il guanto con la tua piccozza o con un modello simile. Le impugnature moderne hanno forme diverse e alcuni guanti si adattano meglio di altri. Una piccozza con griprest regolabile può richiedere meno volume nel guanto rispetto a un attrezzo più tradizionale.
Non scegliere solo in base al calore percepito da fermo. In negozio un guanto molto caldo sembra comodo. Su un tiro tecnico può diventare ingombrante. Pensa all’uso reale.
Manutenzione dei guanti
I guanti da dry tooling si consumano. È normale. Però una buona manutenzione li fa durare di più. Dopo l’uso, falli asciugare lentamente a temperatura ambiente, lontano da stufe, termosifoni e fonti di calore diretto. Il calore forte può rovinare pelle, membrane e colle.
Se sono bagnati, apri bene i polsini e, se possibile, estrai leggermente la fodera senza strapparla. Non riporli umidi nello zaino per giorni. Odori, muffe e materiali irrigiditi arrivano in fretta.
I guanti in pelle possono richiedere trattamenti specifici per mantenere morbidezza e idrorepellenza. Usa prodotti compatibili e non esagerare, perché un palmo troppo ingrassato può diventare scivoloso sull’impugnatura.
Controlla periodicamente cuciture, palmo, pollice e indice. Se un guanto sta cedendo, meglio scoprirlo a casa che a metà tiro. Un piccolo rattoppo preventivo può allungare la vita del guanto.
Errori da evitare
Il primo errore è usare guanti troppo spessi per arrampicare. Tengono caldo, ma riducono sensibilità e fanno stringere troppo la piccozza.
Il secondo errore è usare guanti troppo sottili in ambiente freddo senza ricambio. La sensibilità è utile, ma dita insensibili non aiutano nessuno.
Il terzo errore è scegliere guanti larghi. Il guanto deve essere preciso, altrimenti scivola sull’impugnatura e rende ogni movimento meno sicuro.
Il quarto errore è ignorare la resistenza del palmo. Nel dry tooling la zona tra pollice e indice si consuma rapidamente.
Il quinto errore è pensare che impermeabile significhi sempre migliore. Se non piove e non c’è neve bagnata, traspirabilità e grip possono contare di più.
Il sesto errore è non portare guanti di scorta. Un paio bagnato o perso può rovinare la giornata.
Il settimo errore è provare guanti nuovi direttamente su una via impegnativa. Prima testali in un ambiente controllato.
Conclusioni
Per il dry tooling servono guanti aderenti, resistenti e sensibili, capaci di garantire una presa sicura sulla piccozza senza isolare troppo la mano dall’attrezzo. Il guanto ideale per arrampicare non è necessariamente il più caldo, ma quello che permette controllo, precisione e sufficiente protezione nelle condizioni specifiche della giornata.
Per palestra e dry tooling sportivo asciutto funzionano bene guanti sottili e tecnici, con palmo gripposo e rinforzato. Per falesia dry servono più resistenza all’abrasione e una protezione leggera sulle nocche. Per misto alpino e condizioni fredde serve un sistema completo: guanti da arrampicata, guanti caldi da sosta e almeno un ricambio asciutto.
La scelta deve bilanciare sensibilità, calore, grip, traspirazione, impermeabilità e durata. Un guanto troppo grosso fa perdere controllo. Uno troppo leggero può lasciare le mani fredde o esposte. Uno troppo largo rende la presa imprecisa. Uno troppo stretto blocca la circolazione.
La regola finale è semplice: scegli i guanti in base al contesto, non solo alla temperatura. Chiediti dove arrampichi, quanto sarà freddo, quanto sarà bagnato, quanta sensibilità ti serve e quanto tempo passerai fermo. Nel dry tooling le mani sono il collegamento diretto con le piccozze. Proteggerle bene significa arrampicare meglio, stancarsi meno e mantenere più controllo quando i movimenti diventano tecnici.
Read MoreCome Abbassare il pH di un Acquario
Prima di immergersi nel mondo degli acquari, può sembrare che l’acqua sia solo acqua. Tuttavia, quando inizi a curare il tuo primo acquario, ti rendi conto che l’acqua che riempie la tua vasca è molto più di H2O. Infatti, per garantire la salute dei tuoi pesci e delle piante acquatiche, è fondamentale comprendere e gestire vari parametri dell’acqua, uno dei quali è il pH.

Perché il pH di un Acquario è Importante
Il pH è una misura dell’acidità o dell’alcalinità di una soluzione. Nella scala del pH, 7.0 è neutro, valori inferiori indicano acidità, mentre valori superiori indicano alcalinità. I vari tipi di pesci e piante acquatiche hanno preferenze specifiche per il pH dell’acqua, e mantenere il pH dell’acquario entro i limiti ideali per i tuoi abitanti può fare la differenza tra un acquario fiorente e uno in cui i pesci e le piante lottano per sopravvivere.
Al di fuori del range di pH ideale, i pesci possono diventare stressati, più suscettibili alle malattie e, nel peggiore dei casi, potrebbero morire. Allo stesso modo, un pH inadatto può influenzare negativamente la crescita delle piante acquatiche.
Come Misurare il pH di un Acquario
Monitorare il pH dell’acqua del tuo acquario è un aspetto fondamentale della manutenzione del tuo acquario. Di seguito troverai una guida passo-passo su come misurare il pH del tuo acquario utilizzando un kit di test per pH.
Materiali Necessari
Un phmetro per acquario, che può essere acquistato online o presso un negozio di articoli per animali.
Un bicchiere o un contenitore pulito per raccogliere l’acqua dell’acquario.
Istruzioni
Raccogli l’acqua dell’acquario: Usa il bicchiere o il contenitore per raccogliere un campione d’acqua direttamente dall’acquario. Assicurati di non raccogliere detriti o particelle di cibo insieme all’acqua.
Prepara sistema di test: Ogni sistema di test per pH ha le sue istruzioni specifiche, quindi assicurati di leggere attentamente le istruzioni fornite con il tuo kit. In genere, dovrai riempire una provetta di vetro fornita con il kit con l’acqua dell’acquario.
Aggiungi la soluzione di test: Aggiungi la quantità specificata di soluzione di test del pH all’acqua nella provetta. Di solito, questa è una soluzione colorata che reagirà con l’acqua del tuo acquario per indicare il suo pH.
Agita la provetta: Dopo aver aggiunto la soluzione di test, metti il cappuccio sulla provetta e agita delicatamente per mescolare la soluzione di test con l’acqua dell’acquario.
Confronta il colore: Lascia che la soluzione si depositi per un paio di minuti, quindi confronta il colore dell’acqua nella provetta con la scala di colori fornita con il tuo kit di test. Questa scala ti dirà quale è il pH del tuo acquario.
E’ importante sottolineare che il pH dell’acquario dovrebbe essere testato regolarmente, ad esempio una volta alla settimana. Inoltre, i test dovrebbero essere effettuati sempre alla stessa ora del giorno, in quanto il pH può fluttuare durante il corso della giornata. Ricorda che mantenere stabile il pH è più importante che raggiungere un valore specifico, a meno che non stai cercando di simulare un ambiente specifico per una certa specie di pesce.
Come Abbassare il pH di un Acquario
Se hai misurato il pH del tuo acquario e hai scoperto che è troppo alto, ci sono varie strategie che puoi adottare per abbassarlo. Ecco alcuni metodi comuni:
CO2: Aggiungere anidride carbonica all’acqua può abbassare il pH. Questo è un metodo comune negli acquari piantati, dove la CO2 è inoltre utilizzata per promuovere la crescita delle piante. Tuttavia, dovresti fare attenzione a non aggiungere troppa CO2, poiché ciò potrebbe essere pericoloso per i pesci.
Torba: La torba può essere utilizzata per abbassare il pH dell’acqua dell’acquario. Può essere inserita nel filtro o immersa direttamente nell’acquario. La torba rilascia acidi tannici che riducono il pH dell’acqua.
Prodotti chimici: Esistono prodotti chimici specifici disponibili nel commercio che possono essere utilizzati per abbassare il pH. Tuttavia, l’uso di questi dovrebbe essere l’ultimo ricorso, poiché possono causare fluttuazioni repentine del pH che possono essere stressanti per i pesci.
Prima di tentare di modificare il pH, è importante ricordare che la stabilità è più importante delle letture esatte del pH. I pesci possono adattarsi a un pH che non è perfettamente in linea con le loro condizioni ideali, purché il pH sia stabile.
Conclusione
Ricordo ancora quando ho avviato il mio primo acquario. Ero così concentrato sul far sembrare il mio acquario bello e colorato, che ho trascurato l’importanza di verificare e regolare il pH. Un giorno ho notato che i miei pesci nuotavano in modo strano e sembravano stressati. Dopo aver eseguito un test dell’acqua, ho scoperto che il pH era molto alto.
Ho subito iniziato a cercare modi per abbassare il pH, ma ho capito che non dovevo fare nulla di drastico. Invece di utilizzare prodotti chimici, ho preferito l’utilizzo della torba nel mio filtro. È stato un processo lento, ma alla fine ho visto un miglioramento. I pesci hanno iniziato a comportarsi normalmente e l’acquario nel suo complesso sembrava più sano.
Da quel momento, ho sempre avuto cura di monitorare il pH e altri parametri dell’acqua nel mio acquario. Questa esperienza mi ha insegnato l’importanza di conoscere e comprendere i parametri dell’acqua, e spero che le mie esperienze possano aiutarti a gestire meglio il tuo acquario. Ricorda, la chiave è la pazienza e la costanza.
Read MoreCome Allevare il Diamante Mandarino
La parola allevamento può essere intesa in due modi, dipende quale risulta essere lo scopo per cui uno lo fa. Una cosa è l’allevamento di una coppia di Diamanti Mandarino il cui fine è fare compagnia (come pet) e un’altra è l’allevamento di diverse coppie e la loro riproduzione, il cui fine è selezionarli.
Sperando che questo sito sia visitato da entrambe le categorie di persone, qui spiegherò in breve, come si allevano i Diamanti Mandarino per compagnia e riserverò poi vari spazi con degli articoli a proposito, per gli allevatori che li selezionano.
Il Diamante Mandarino, ho già detto che non è un uccellino esigente per quanto riguarda il cibo ma anche per quanto concerne le altre due cose importanti che fanno parte dell’ allevamento, cioè l’alloggiamento e la riproduzione , non ci sono grandi problemi ed è per questo motivo che questo estrildide ha avuto un così grande successo come uccellino ornamentale.
L’alloggio ideale per questo piccolo volatile, è una gabbia rettangolare di circa 60-65 cm di lunghezza; scartate a priori le gabbiette di forme strane, forse più belle ma senz’altro non adatte e scartate anche gabbie con misure più piccole di quelle prima citate. Il Diamantino è un uccellino di indole vivace, ama svolazzare da un posatoio all’altro e se la gabbia è troppo piccola, intristisce e un uccellino mogio, oltre a nuocere alla propia salute, non mette molta allegria a chi lo guarda. Quindi se decidete di volere come compagno questo estrildide, acquistategli anzitutto un amico del sesso opposto se volete farli riprodurre, altrimenti vanno bene anche due maschi o due femmine, basta che vadano d’accordo. Procuratevi poi una gabbia, la cui grandezza deve essere il massimo che vi potete permettere e cercate un posto tranquillo della casa per completare il loro futuro habitat.
Mi sento di dover fare alcune raccomandazioni per l’alloggiamento in generale; durante la stagione fredda, tenete la gabbia sempre in casa, lontana da spifferi, vapori e confusione o se proprio non avete posto, potete mettere la gabbia anche fuori; fortunatamente questi uccellini sono rustici e molto resistenti alle malattie da raffreddamento; per favore però, non teneteli in cima al balcone o peggio ancora, attaccati al muro fuori casa, in balia del sole, del vento e della pioggia; teneteli invece al riparo e possibilmente coperti da una plastica trasparente. Nella stagione calda, teneteli invece il più possibile fuori, ovviamente riparandoli ugualmente dalle intemperie; ogni tanto metteteli per una decina di minuti al sole, vedrete come spiegheranno le ali e si crogioleranno beati.
Ricordatevi poi, specialmente in estate, di mettere loro la vaschetta per il bagno che li aiuta a mantenere il piumaggio sempre pulito e a rinfrescarsi.
Eccoci arrivati ora, alla parte dell’allevamento, seconda me più interessante e più entusiasmante. Se non avete problema di spazio e volete conoscere alcuni segreti della natura, formate una coppia di Diamanti Mandarino e mettete loro a disposizione un nido. Essi preferiscono quelli a cassettina con il frontale mezzo aperto o di legno o meglio ancora di plastica, molto più igienico e una volta lavato e disinfettato lo si può usare all’infinito. Per l’imbottitura, date loro il fieno quello confezionato per i conigli; potete dargli anche un po’ di iuta o fibre di cocco (si trovano in vendita nei negozzi specializzati), per la rifinitura finale ci penseranno loro usando e piccole penne che troveranno dentro la gabbia o che strapperanno direttamente dal compagno.
Anche qui, voglio darvi dei suggerimenti che vi aiuteranno nell’impresa. Il nido non mettetelo in gabbia senza niente ma foderatelo prima voi con il fieno dandogli un po’ la forma (il Diamante Mandarino costruisce il nido con i fili dell’erba formando quasi una palla e con una piccola depressione circolare di lato e non centrale come generalmente fanno gli altri uccelli); in questo modo faranno prima a completare il nido e aiuterà nella costruzione anche le coppie più restie. Non date loro il cotone idrofilo e a quello confezionato sintetico; purtroppo ci sono delle case commerciali per animali che mettono in vendita un tipo di cotone che si aggroviglia intorno alle zampette del povero animale mandandogliele presto in cancrena.
I due uccellini se sono in ottima salute, in pochi giorni si accoppieranno e dopo circa una settimana, la femmina comincerà a deporre le uova che andranno da un minimo di due a un massimo di sette. Entrambi coveranno le uova per circa tredici giorni (dobbiamo contare da quando l’uovo comincia effettivamente ad essere covato, anche la notte); dopodiché i pulcini cominceranno a nascere. Alcune coppie nutrono da subito i loro piccoli, altre cominciano dalla sera, visto che generalmente i pulcini nascono la mattina o il primo pomeriggio. Lasciate la coppia tranquilla e aprite il nido il minimo indispensabile per controllare che tutto proceda per il meglio. Le uova rotte e i piccoli deceduti vanno tolti il prima possibile dal nido. I piccoli mandarini se ben nutriti cresceranno molto velocemente e verso il sedicesimo, diciottesimo giorno, cominceranno ad affacciarsi fuori dal nido e pian, piano, dopo vari tentativi, li troverete incerti sui posatoi, alla sera, richiamati dai genitori, entreranno dinuovo tutti dentro il nido. Verso i trenta, trentacinque giorni, saranno completamente svezzati e potranno essere divisi dai genitori. Se non volete altri uccellini, ricordatevi di togliere il nido, perché i Diamanti Mandarino una volta finita la prima covata, ne inizieranno subito una seconda, una terza e così via, rischiando poi di indebolirsi troppo.
Read MoreCome Allevare l’Amaranto del Senegal
La prima volta che vidi questo piccolo Estrildide rimasi affascinata da quel bel colore rosso mattone del maschio e dalle dimensioni così piccole, circa otto cm., tanto che non potei resistere dal portarmi a casa una bella coppia.
Alloggiai i due piccoli Amaranto nella mia voliera di 130 x 130 x 200 cm. insieme ad altri piccoli esotici quali Diamante Mandarino, Guancia Arancio e Cordon Blu. L’inserimento nel nuovo ambiente fu ben gradito e si ambientarono immediatamente. La loro dieta non si discosta da quella classica per esotici: misto di semi, pastoncino morbido, osso di seppia, grit, acqua fresca tutti i giorni e di tanto in tanto qualche insetto vivo.
Nonostante la territorialità del maschio durante il periodo riproduttivo, la convivenza dell’Amaranto del Senegal con le altre specie di esotici presenti in voliera non ha dato problemi e la coppia si è adattata perfettamente con il resto del gruppo. Devo dire che sono stata fortunata a trovare questi due soggetti poiché fin dall’inizio hanno dimostrato un affiatamento senza eguali.
L’Amaranto del Senegal non possiede un canto vero e proprio ma piuttosto un sibilo soffuso composto di vari fraseggi con i quali entrambi i sessi si chiamano ripetutamente, soprattutto all’imbrunire quasi come fosse un segnale a tornare al posatoio preferito dove trascorrere la notte.
Durante la fase di corteggiamento, il maschio esegue una danza nuziale tenendo nel becco un filo d’erba, gonfia le sue piume ed apre la coda, ondeggiando in bella mostra al cospetto della sua compagna. Dopo questa fase, il maschio si mette alla preparazione del nido preferendo, nel mio caso, nidi ben chiusi come quelli in legno a cassetta per piccoli esotici. La femmina, che differisce dal maschio per il colore marrone della livrea, depone dalle 3 alle 4 uova che vengono covate da entrambi i genitori per circa 14 giorni.
Non nascondo che all’inizio non è stato poi così facile far riprodurre gli Amaranto, anche perché mi ero preposta che allevassero in purezza ed ho quindi preferito che facessero tutto da soli.
Ho dovuto attendere non poco prima che si decidessero a riprodursi (più di un anno) e poi, una volta riprodotti veniva la parte più difficile, la cova e l’allevamento della prole.
Diciamo che la parte riguardante la cova non ha mai dato problemi, anzi, entrambi i genitori hanno sempre covato in modo esemplare fino alla schiusa. Diversamente, però, una volta nati i pulli, questi venivano tragicamente scaraventati fuori dal nido mettendo a dura prova la mia pazienza. Sfortunatamente in queste due occasione non sono riuscita ad arrivare in tempo per salvare i pulli.
Non ho mai compreso il motivo di tale comportamento, forse mancanza di cibo a loro più congeniale? Avevo messo a loro disposizione varie soluzioni come paté d’insetti, pastoncino morbido e qualche tarma della farina proprio perché sapevo che questa specie, come pure molte altre, durante i primi giorni nutrono i pulli con prede vive e quindi ricche di proteine.
Ormai mi ero già rassegnata e pensai che non sarei più riuscita a raggiungere l’obiettivo quando, trascorsi circa tre mesi, vidi uscire da un nido tre piccoli novelli di Amaranto del Senegal. Non potete immaginare lo stupore e, al tempo stesso, la gioia che provai in quel momento, avevano fatto tutto da soli! Praticamente, senza che me ne rendessi conto avevano intrapreso un’altra covata e questa volta senza la preventiva somministrazione di alcun insetto vivo!
Da lì ne seguì un’altra, anch’essa andata a buon fine, che tenni costantemente sotto controllo.
Alla nascita i pulli presentano un colore della pelle piuttosto scuro, ma la cosa che più impressiona è la loro dimensione, decisamente minuscola. Il maschio di Amaranto dimostra ottime doti di allevatore, covando per più ore ed accudendo alla prole in maniera maggiore rispetto alla femmina.
Ritengo, comunque, doveroso sottolineare che la percentuale di sopravvivenza dei pulli, una volta usciti dal nido, è stata del 50% circa. Penso che il problema sia dovuto alla precocità con la quale i pulli escono fuori dal nido e che sia proprio questo il fattore determinante, almeno in base alla mia esperienza: nell’ultima covata (e penso anche in quella precedente) i pulli sono usciti dopo circa 16 giorni e sono stati proprio gli ultimi nati, i più piccoli e deboli, a “farne le spese”.
In conclusione, l’Amaranto del Senegal è una specie molto robusta e rustica che, sen ben acclimato, può vivere anche in voliera all’aperto tutto l’anno, come nel mio caso. Senza alcun dubbio occupa un posto di rilievo nel mio piccolo allevamento e, nonostante le numerose delusioni incontrate all’inizio, le soddisfazioni hanno di gran lunga oltrepassato qualsiasi aspettativa.
Se, però, si vuole allevare l’Amaranto del Senegal in purezza bisogna mettere in conto non pochi sacrifici e tanta, tanta, pazienza.
Come si Pesca alla Traina in Inverno
Normalmente per chi pesca dalla barca, l’inverno è una stagione di riflessioni e il tempo a disposizione viene usato per piccole riparazioni o modifiche del loro mezzo; i temerari della traina però, non si fermano davanti a qualche difficoltà atmosferica, anzi, per alcuni, il periodo buono è proprio questo e con un vantaggio in più: pochi concorrenti in mare.
Il freddo è alle porte e alcuni pescatori che normalmente usano la barca come “attrezzo” da traina depongono in banchina le armi e, più o meno pazientemente, aspettano… che passi. Le tecniche di pesca che prevedono la barca ancorata prendono il sopravvento e molti appassionati, si “abbassano” a catture tipiche del bolentino e del lightdrifting.
Tra tutta questa massa di “pantofolai del mare” però, si fa largo una folta schiera di irriducibili che, per niente al mondo, rinuncerebbe alla loro tecnica preferita: la traina, con le sue scorribande in mare, con i suoi rumori con i suoi profumi.
Per queste persone il brivido non finisce con l’autunno, tutt’altro, anche in questa stagione tentano e riescono a portare a termine esaltanti catture.
Appurata la passione e la volontà di andar per mare, vediamo adesso come e con cosa conviene muoversi.
Partiamo dalla barca ottimale. Anche se non ci sentiamo di escludere completamente imbarcazioni open, un mezzo -con cabina anche piccola- permette di tenere al riparo tutto ciò che potrebbe danneggiarsi a contato con l’acqua marina.
A tal proposito, una particolare cura va posta nella scelta dell’abbigliamento, che sarà a base di indumenti leggeri, ma di lana, (anche una calzamaglia sul corpo è l’ideale) inoltre cerate e stivali in gomma.
Le uscite invernali in ogni caso, devono essere sempre improntate sulla sicurezza; non scordiamoci che in questi periodi il mare è semideserto per cui non dobbiamo aspettarci aiuti esterni: prudenza e raziocinio, magari avvertendo qualcuno a terra dei nostri movimenti e del tratto di mare dove ci recheremo a trainare; ovviamente dotazioni di bordo efficienti, radio e cellulari a portata di mano.
La morfologia ideale dei fondali è quella mista alga e roccia; anche le chiazze isolate di sabbia tra le alghe e la roccia sono un ottimo punto di pesca. In alcune zone d’Italia si possono ancora trovare fino a dicembre le ricciole di branco intorno ai due chili, che stazionano però a mezz’acqua. Pescando con gli artificiali, minnow e cucchiaini, le prede classiche dell’inverno sono in ordine la spigola, la palamita e il dentice, anche se può capitare di ferrare specie di branco come i tonnetti. Usando invece esche naturali come i totani, i calamari e le seppie, si pescano oltre a tutte le specie sopra citate anche lecce e ricciole medio-grandi che saltuariamente risalgono gli alti fondali alla ricerca di pesci e di molluschi di branco. Ricciole giganti a parte (che in questo periodo frequentano profondità anche superiori ai 60 metri), la fascia d’acqua più probabile per l’incontro con i predatori invernali è quella compresa fra i 14 ed i 30 metri di profondità
DOWNRIGGER PER SFIORARE IL FONDO
Con il raffreddarsi delle acque i predatori classici della traina sotto costa, tendono a scendere il più possibile alla ricerca di una temperatura più costante. La traina invernale, quindi, si pratica particolarmente a fondo e l’azione di pesca sarà impostata per far navigare le esche a stretto contatto con il fondale. Se si vogliono usare esche naturali morte, dato che in questo periodo il vivo è assai difficile da reperire, è preferibile usare il piombo guardiano. Chi apprezza le esche artificiali, potrà usare vari sistemi d’affondamento: l’affondatore a palla o downrigger, il monel e le lenze piombate. Le attrezzature pescanti saranno nell’ordine delle 20 o 30 libbre e le 12 libbre quando si usa l’affondatore a palla.
Piccoli accorgimenti per far risultato
La velocità della pesca con esche artificiali è compresa tra i 3,5 ed i 5 nodi, ma procediamo con ordine.
La montatura comune per l’uso del downrigger è composta dalla doppiatura sulla lenza madre, dalla girella e da un metro e mezzo di terminale. Vengono calati in acqua cinquanta metri circa di lenza, quindi si aggancia la pinza e si cala fino a raggiungere la profondità desiderata.
Per misurare la profondità che vogliamo raggiungere in traina, si possono fare delle prove: si cala in una zona sabbiosa finché la pinza (fregando sul fondo) non si sganci; quindi si mette un segnale sia sulla lenza, sia sul cavo dell’affondatore, accorciandolo di due metri circa.
Questo ci permetterà di avere più segnali a varie profondità, fattore che ci eviterà di perdere le esche in probabili incagli. Piombatura diretta La piombatura diretta si inserisce su una doppiatura di monofilo di circa due metri effettuata sulla lenza madre. Per mezzo di una girella piccola (che sia in grado di passare senza intoppi fra gli anelli della canna), si aggancerà il terminale di lunghezza variabile (mediamente lungo circa diciassette metri).
Sempre secondo la lunghezza della lenza calata, inseriremo la zavorra oscillante dai 300 grammi al mezzo chilo. La stessa strategia dei segnalini permetterà di individuare la lunghezza ottimale di lenza da filare in acqua.
Monel
Va considerato uno dei migliori sistemi d’affondamento. Al monel si fissa una girella (anche questa deve essere di grandezza tale da permetterle di passare agevolmente fra gli anelli della canna) alla quale legheremo il terminale lungo quindici metri circa. Per la quantità di monel da calare conviene regolarsi in relazione alla profondità d’azione, in ogni caso, per avere garanzie di un buon affondamento delle esche, dobbiamo calare circa 200 metri di monel. E’ da tener presente che per il corretto uso di queste lenze è conveniente trainare seguendo linee rette, evitando le brusche virate che porterebbero inevitabilmente a ferrature sul fondo.
Pesca con esche naturali
Occorre preparare un terminale del diametro dello 0.60, lungo 15/18 metri circa, il quale andrà collegato alla lenza madre tramite una girella -anche questa di grandezza tale da poter agevolmente passare fra gli anelli della canna-.
Dopo aver calato il terminale, legheremo sopra la girella con un nodo a fiocco, sicuro alla trazione ma facilmente sganciabile, uno spezzone di nylon o di dacron lungo circa due metri, al quale assicureremo il piombo “guardiano” di peso variabile tra i 300 ed i 500 grammi a seconda della profondità d’azione. La velocità di traina con il “guardiano” non dovrà mai superare i due nodi.
Le esche migliori
Iniziamo con gli artificiali: i migliori per l’inverno sono i minnow con paletta metallica nelle misure che vanno dai 9 ai 14 cm. Non ci sono parametri certi che stabiliscano la colorazione migliore; questa dipende dal luogo, dalla profondità dell’acqua in cui operiamo e dall’imprevedibilità dei soggetti adescandi: i pesci.
Non solo, tutti questi concetti sono passibili di… ribaltamenti improvvisi; infatti, è capitato di prendere dentici anche con artificiali adatti alla pesca in acque interne, oppure, i risultati raggiunti con un determinato pesciolino metallico, con una colorazione ics, di punto in bianco non valgono più.
Per questi e altri motivi, è consigliabile non stancarsi mai di fare prove, e conviene quindi avere a bordo una vasta gamma di modelli e di colorazioni. Per quanto riguarda le esche naturali, cercheremo come al solito di seguire il concetto stagionale. L’inverno, un po’ in tutta la Penisola, è indice di cefalopodi: calamari, totani e seppie sono assai catturanti anche morti, purché molto freschi. L’innesco è il solito, con l’amo trainante del 3-4/0 inserito nella parte anteriore della sacca, ed il secondo del 6/0 infilato in modo che la punta fuoriesca dalla testa, ovvero fra i tentacoli. L’esca morta però, deve avere un aspetto “convincente” per essere attaccata, quindi dovremo procedere al suo bilanciamento tramite un piombo di 20 grammi circa, fermato sul corpo dell’esca in prossimità dell’amo trainante, mentre, nella sacca del cefalopode, inseriremo un po’ di materiale galleggiante ad esempio due listelle di polistirolo.
